Helvetica font senza tempo croce e delizia del graphic designer

helvetica font

Girando per una qualsiasi città del mondo, ormai non ci facciamo più caso, ma ovunque si guardi vedremo un carattere tipografico, o come si chiamano nell’era digitale un font, e fra questi caratteri quello che vediamo più spesso senza averne alle volte neanche consapevolezza è l’Helvetica.

Le caratteristiche principali dell’Helvetica

L’Helvetica è un carattere molto leggibile da non usare però in corpi piccolissimi, ha un’ottima resa soprattutto nelle sue versioni bold nella composizione di titoli. Funziona bene anche nelle composizioni in negativo grazie agli occhielli generosi.
Si riconosce dalle terminazioni dei caratteri che sono esattamente orizzontali o perfettamente verticali, e le aste tendono ad avere spessori uniformi; inoltre la spaziatura standard non è molto accentuata.

Caratterizzanti soprattutto nella sua forma base o medium, rispetto ad alfabeti molto simili, sono la coda della “Q” maiuscola, la coda della panciuta “a” minuscola, la “f” minuscola molto stretta e con l’asta trasversale molto alta.

helvetica caratteristiche

Per stabilire quando usarlo ci sarebbe un discorso lungo da fare che cercherò di riassumere raccontando un po’ la storia di questo carattere, ma un designer una volta disse: “anche se non hai idea di cosa significa graphic design, se componi un testo nero su fondo bianco in Helvetica bold, ci sono ottime possibilità che ne esca fuori un buon lavoro”, forse non tutti saranno d’accordo con questa affermazione, ma già ci può offrire una chiave di lettura della storia che andiamo a raccontare.

Da una fonderia svizzera del Canton Basilea

Max-Miedinger-ed-Eduard-Hoffmann

L’Helvetica è di fatto il font più utilizzato al mondo, cosa spiegabile in tre parole: è funzionale, elegante ed è leggibile, quest’ultima qualità fu lo scopo principale a cui tendevano il designer svizzero Max Miedinger (a destra nell’immagine) ed Eduard Hoffmann (a sinistra nell’immagine) proprietario della fonderia Type Foundry Haas situata a Münchenstein vicino a Basilea in Svizzera.
Dalla collaborazione dei due nasce nel 1957 un carattere estremamente moderno, senza tempo, che va bene per quasi ogni utilizzo, ci puoi progettare una segnaletica stradale come una pubblicità per la Coca Cola, l’insegna di un negozio di abbigliamento come la corporate identity di una società per la nettezza urbana, ci puoi scrivere “ti amo” o “ti odio” e nella maggior parte dei casi funzionerà ugualmente.

Il punto di partenza di Eduard Hoffmann fu quello di realizzare una sorta di versione modernizzata di un carattere sans serif disegnato nel 1896 chiamato Akzidenz Grotesk. Partendo da quest’idea Max Miedinger insieme allo stesso Hoffmann, disegnò materialmente un carattere che chiamarono Nue Haas Grotesk, nome poi cambiato nel 1961 perché a detta del responsabile marketing della società Stempel, una delle società che lo avrebbe commercializzato, la parola Helvetia (il nome latino della Svizzera) suonava meglio. Hoffmann e Miedinger si rifiutarono di accettare quel nome ma alla fine si raggiunse il compromesso di chiamarlo Helvetica. La scelta si rivelò azzeccata anche perché la tipografia svizzera in quel periodo era nota in tutto il mondo soprattutto per la sua eleganza e formalità, e commercializzare un carattere che già nel nome aveva impressa la sua provenienza fu parte della sua fortuna.

helvetica

L’Helvetica carattere di massa

La metà degli anni ‘60 sono gli anni in cui cominciano ad avere credito i consulenti di corporate identity e in quegli anni anche i committenti cominciano a comprendere che il graphic design probabilmente oltre che comunicazione e ricerca estetica deve essere ordine, e l’Helvetica era lì pronto a racchiudere tutte queste caratteristiche.
Fu come una ventata di aria fresca nel mondo stantio dell’immagine aziendale legata spesso ancora all’iconografia ottocentesca nel peggiore dei casi, nel migliore dei casi si faceva invece riferimento o all’iconografia del Bauhaus che era ferma a trent’anni prima o più spesso a composizioni di immagini e caratteri che avevano a che fare con il fumetto, i caratteri comic erano tra i più usati insieme ai caratteri scritti a mano da calligrafi che spesso riproducevano semplicemente il modo di scrivere di tutti i giorni.

advertising-cocacola-50

Advertising Coca Cola anni ’50

advertising-cocacola-70-helvetica

Advertising Coca Cola anni ’70

L’immissione sul mercato dell’Helvetica coincide inoltre con una generale riscoperta dei caratteri grotteschi da parte dei graphic designer dell’epoca che portò alla progettazione oltre che dell’Helvetica anche dell’Univers un altro carattere che ha avuto molta fortuna, disegnato da Adrian Frutiger nel 1956.
I caratteri grotteschi erano quei caratteri progettati soprattutto nella prima parte dell’800 e per tutto il secolo, caratterizzati dalla manzanza di grazie e dalle linee molto marcate, e Akzidenz Grotesk, a cui anche l’Univers si ispira, era uno dei meglio progettati.

L’Helvetica arriva sul mercato già con molti spessori. Le sue 34 varianti che ne aumentavano la versatilità; questa rivalutazione dei caratteri grotteschi; unitamente alla concezione di un graphic design che dovesse essere prima di tutto ordine; e probabilmente grazie anche al lavoro del marketing, fecero diventare l’Helvetica un carattere di massa, o meglio il carattere di massa.

Helvetica font o carattere?

Altro evento decisivo nella diffusione dell’Helvetica fu la sua introduzione come font di default negli Apple Machintosh dal 1984, cosa che contribuì nel tempo a renderlo il computer più usato dai graphic designer.
Dopo l’avvento del Mac succede un’altra cosa importante, l’Helvetica e in generale tutti i caratteri diventano caratteri elettronici e cominciano ad essere chiamati font.

Arial o Helvetica

Con la progettazione del sistema operativo Window, insieme all’interfaccia a finestre, Bill Gates copiò da Apple anche il suo font principale, fu commissionato infatti un carattere quanto più possibile simile all’Helvetica, ne nacque una brutta copia, una sorta di fusione tra Helvetica e Univers che venne chiamato Arial.

Modernisti e potmodernisti, favorevoli e contrari

L’idea postmoderna del graphic design prevede che si possa guardare anche al passato per nutrire l’ispirazione che è una sorta di fiducia nella circolarità storica del progettare e di rendere il senso estetico dell’immagine. Questa concezione alla fine degli anni ‘70 unitamente alla nascita di movimenti culturali giovanili che manifestavano una forte ribellione allo status quo, uno fra tutti ad esempio il punk, portò in breve tempo a una sorta di rivoluzione della comunicazione visiva dove l’Helvetica non aveva più il posto del carattere buono per tutto. Ora, soprattutto negli ambienti underground, il carattere deve esprimere qualcosa. A cominciare dagli anni ‘80 “ti odio” va scritto con un carattere sporco, “ti amo” va scritto con un carattere sottile e delicato.

La nascita della concezione postmoderna del graphic design portò ovviamente a fazioni contrapposte, da una parte designer come Massimo Vignelli che considerava il postmodernismo una malattia da curare e che concepiva la vita di un designer come una lotta continua contro la bruttezza e il disordine; dall’atro le nuove generazioni postmoderne tra cui Neville Brody, Paula Scher o David Carson per cui la tipografia è prima di tutto espressione, per cui i caratteri sono comunicazione già nel modo in cui sono disegnati.

neville-brody

Neville Brody

Paula-Scher

Paula Scher

david-carson

David Carson

Vignelli, che con l’Helvetica ci progettava sia l’intera segnaletica della metropolitana di New York (insieme a Bob Noorda e Peter Van Delft), come l’identità visiva dell’American Airlines, era convito invece che un carattere non debba esprimere sensazioni o provocare emozioni, ma deve avere delle funzioni, la funzione del carattere nella segnaletica della metro di NY era quello di essere gradevole alla vista ed estremamente leggibile cosa che secondo lui la accomunava alla funzione che doveva avere l’identità visiva dell’American Airlines e ad infiniti altri progetti.

massimo-vignelli-metro-new-york

Massimo Vignelli, Bob Noorda e Peter Van Delft: segnaletica metro di New York

L’Helvetica era anche però quel carattere che tutte le maggiori corporation che appoggiavano la guerra nel Vietnam usavano per il proprio logo, carattere che Paula Scher non esita a definire uniformante e fascista.

La contrapposizione a quest’idea, che secondo Vignelli era una lotta contro la bruttezza ma che per i nuovi graphic designer era un’azione che portava ad una omologazione della grafica, trova espressione in un primo tempo su quei medium che caratterizzavano soprattutto la cultura giovanile, quindi copertine di dischi, riviste musicali, riviste di surf ecc. dove i designer, oltre che a comunicare un concetto esprimevano anche la propria soggettività anche con l’uso di un numero non definito di caratteri, quando Vignelli dichiarava invece di averne usati solo una dozzina in tutta la sua vita ma che di base ne adoperava solo tre.

Dopo il caos

Dalla fine degli anni ‘70 tutte le regole del graphic design erano state demolite, ma dalla metà degli anni ‘90 si ha una sorta di ritorno all’ordine che però non nega l’esperienza degli anni precedenti e cioè l’emotività, l’espressione e la comunicazione che un carattere deve avere, ma un carattere può dare emozione anche per come è composto oltre che per come è disegnato, l’Helvetica quindi torna ad essere un carattere molto usato dai graphic designer con la consapevolezza però che l’Helvetica è una delle centinaia di possibilità e non, come voleva Vignelli, una delle tre possibilità.

La nuova giovinezza dell’Helvetica

Arrivando ai giorni nostri tra coloro che hanno regalato una nuova giovinezza all’Helvetica va citato il brand di abbigliamento American Apparel che ha avuto dalla sua fondazione un’incredibile crescita diventando, seppur tra scandali e sfiorati fallimenti, un brand culto. American Apparel usa praticamente solo l’Helvetica bold nero su bianco per il suo logo e per le sue campagne fashiontrash.

E poi American Airlines che utilizza l’Helvetica ancora oggi sia per il suo logo che per le headline delle sue campagne. Assieme all’American Airlines sono molti i brand che hanno usato l’Helvetica per il proprio logo e non lo hanno mai cambiato per il semplice fatto che funzionava molti anni fa e continua a funzionare oggi.

america-apparel-helvetica

America Apparel advertising

american-airlines-advertising

American Airlines advertising

Nel 2007 in occasione del cinquantenario dalla messa in commercio del carattere, viene pubblicato un film realizzato da Gary Hustwit interamente dedicato all’Helvetica che ripercorre la vita del carattere, dalla sua nascita fino ad oggi, intervistando i protagonisti della storia recente del graphic design, partendo da Massimo Vignelli fino ai più giovani studi di design che operano oggi in Europa e negli Usa.

Lars Müller, importante editore di design, inoltre nel 2006 gli dedica due interi libri: Helvetica: Homage to a Typeface, e nel 2009 Helvetica Forever: Story of a Typeface.

– – –

Alla fine di questo racconto spero di aver dato una risposta alla domanda che ci siamo posti all’inizio e cioè quando è il caso di usare l’Helvetica; e forse come me vorrete approfondire andando a cercarvi tutte quelle manifestazioni della grafica a partire dal 1957 in cui l’Helvetica ha avuto un ruolo fondamentale nel caratterizzare i proggetti e forse come me vi innamorerete di questo carattere. Se vi succederà non vi chiederete più quando è il caso di usarlo ma lo terrete lì da parte senza disturbarlo fino a quando non riuscirete a risolvere un progetto, e allora tirerete fuori quel coltellino svizzero che risolve i problemi che si chiama Helvetica.